Sii in questo mondo come un semplice passante (Frammento di Hadit). Non bisogna essere spaesati (P. Gobetti).
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Che sturia l'Asturia
La cadenza dolce e leggera degli asturiani, dopo la parlata elegante e decisa dei baschi, mi fa sorridere d'affetto. Hanno qui una gentilezza semplice, tranquilla, accogliente, e gli occhi allegri e curiosi. E hanno una terra verde di prati che scendono dalle vette dei Picos de Europa nel mare. A Llanes, odore forte di porto, di alghe, stradine di case di legno e pietra, una raffinata via ottocentesca, le scogliere. Verrebbe da sedersi a lungo qui, davanti a questo oceano, magari rimanerci per sempre. Quel per sempre che è un attimo ed esiste solo in quell'attimo. Un incantesimo di una fata asturiana che, non te ne sei accorto, ti si è seduta accanto e t'ha chiesto sottovoce: come stai?
Ho fame, signora.
No problem: fabada asturiana, polpo, carne o pesce alla griglia?
La famosa fabada, grazie, e ho sete.
Sidro, signore?
No, grazie, oggi no, stasera vino buono aragonese.
Siamo poi stati nel mattino soleggiato in punta a Gijón, nel parco sui bastioni del porto, oltre i fichi e i pitospori enormi appena protetti dal vento sulla salita, accanto all'Elogio dell'Orizzonte di Chillida. Ridiscendiamo nelle piazzette verso la baia, oltre quello che fu un convento e una fabbrica di tabacco. Verso sera approdiamo a Oviedo, nel parco di San Francisco, tra i pavoni che scorazzano liberi e alteri, le fontane e gli stagni, i tigli, gli ippocastani, i pioppi e altre 120 specie di alberi e arbusti di questo giardino botanico-bosco urbano; poi in centro città, capretto, branzino e filetto, vino e a dormire. Negli occhi le statue di bronzo scure, quasi sempre senza piedistallo, raso terra e a proporzioni reali, scorte in vari punti della città: una concordia, diverse maternità, due pescivendoli, una lattaia, una pensatrice e il buon William B. Arrensberg di ritorno da un lungo viaggio, con valigie, soprabito e cappello a tesa larga, ombrello e baule, l'aria leggermente spaesata.
Ongi etorri
(La globalizzazione sposta le mamme e i papà a Bilbao)
Parto di nuovo. A casa degli amici si occuperanno delle piante e della gatta. È domenica mattina presto: attraverso la città vecchia un po' appesantito dagli zaini. Barcellona dormicchia ancora, poche auto, pochi passanti, turisti mattinieri, spazzini, panettieri, i negozi dei pachistani, degli indiani, dei filippini. Tutto sommato abbastanza silenziosa.
Raggiungo l'arco di trionfo rosso dell'esposizione universale e la facciata liberty in restauro della Estació del Nord, stazione degli autobus. C'è una luce mattutina raggiante, piena di possibilità.
Dopo i frutteti di Lleida, le terre aride di Saragozza, i campi diventano verde intenso e pian piano risalgono su pendici, entrano in valli e gole coperte di boschi di faggi, gaggie, castagni, querce, tassi, tigli, eucalipti e chissà quanti altri sconosciuti. Nel tardo pomeriggio Bilbao scorre veloce sotto l'autostrada e un cielo cupo eppure vivo. Alla stazione degli autobus, mi aspettano i miei genitori. Ongi etorri in basco vuol dire benvenuti.
Tracciamo una mappa. Ne chiacchieriamo a cena davanti a branzino, calamaretti, vino rosso navarro. Non ci vediamo da sei mesi, da Natale. Tracciamo una mappa. Tra ricordi, racconti (sapete che un mese fa...? Ti ricordi il cugino della zia...?) e le sette strade del centro di Bilbao, las siete calles che son lì fin dall'inizio.
Il 15 giugno 1300, Don Diego López de Haro concesse al borgo il titolo di villa e lo sfruttamento delle miniere di ferro delle montagne e dei commerci marittimi lungo la ria del fiume Nervón che si apre all'oceano, al nord Europa, all'America. Da allora di miniere, siderurgia, cantieri navali e commercio ha a lungo vissuto Bilbao, fino alle recenti crisi industriali.
Dall'alto dell'ascensore di calcestruzzo di Begoña, la città di legno e ferro si incunea nelle valli verdi, sotto un cielo denso, una pioggia soffice e sottile, l'aria fresca, la luce bianca dell'oceano.
Qui tutto è pesca, miniere e ora turismo. Lungo tutta la costa. La giornata ci accompagna senza sole fino in Cantabria. Paesini di pescatori e villeggianti, entroterra di minatori e pastori. I prati scendono fino in mare, le mucche pascolano a pochi metri dalla riva.
Tracciamo una mappa. Attraversando Santander penso ad Amanda, la mia prima coinquilina a Barcellona sette anni fa (e pare 'na vita), nata e cresciuta qui e ora dispersa -me l'hanno detta a Marsiglia a ballare e far circo, spiritello acuto e selvatico del nord-, e ricordo le nostre lunghe e filosofiche chiacchierate serali, a colpi di fioretto, logica e ironia, nell'appartamento di calle Percamps ("di trentenni bruciati ne abbiamo abbastanza. Fate qualcosa!"). Finché non se ne andò a Parigi e da lì altrove. Poi furono altre case, altri compagni, rare notizie, sempre ricevute con un reciproco sorriso.
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