Sii in questo mondo come un semplice passante (Frammento di Hadit). Non bisogna essere spaesati (P. Gobetti).
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Un país lejano puede estar cerca
puede quedar a la vuelta del pan
pero también puede irse despacito
y hasta borrar sus huellas
en este caso no hay que rastrearlo
con perros de caza o con radares
la única fórmula aceptable
es excavar en uno mismo
hasta encontrar el mapa.
RASTROS
Mario Benedetti
Sabato 26 maggio, ore 22,
Sessione Stramba,
Heliogàbal, c/Ramón y Cajal 80, Gràcia, Barcelona.
Cantastorie, sax, chitarre, cilindri, orologi, dita mozze, calendari, conti alla rovescia, valigie smarrite, la storia di Urbano e chi più ne ha più ne metta.
Starring: Cesc, Albert, Roger, Giovanni, Lino
Potrei mentirvi quando e come voglio. Anche dirvi che non sono più tornato. Potrei dirvi che ho rotto il cerchio e me ne sono andato per la tangente, persino che sono diventato più sicuro di me e aggressivo, un marinaio con le cicatrici, un agnello scampato.
Potrei anche dirvi che oggi è pasqua e non me ne sono manco accorto. Nessuno m'ha lasciato un obolo, un uovo, una colomba. Non ho sentito neanche profumo d'agnello arrosto, né ho visto lacrime o sudori di sangue. Non sono stato presente a nessuna processione, di Marie o Gesù silenziosi o esultanti.
Vorrei invece dirvi che ho fatto l'esploratore e che ho trovato quella cosa che cerchiamo tutti. Però poi l'ho persa, perché mi distraggo.
Allora alla fine sono tornato, ostinato come una capra, a Barcellona. Quindici ore di macchina con Cesc, sua madre e Luz. La conversazione s'e confùsa col paesaggio. Le curve dei Despeñaperros ci hanno portato su dall'Andalusia alla Mancia, poi terra piatta fino a Toledo, a Madrid. Grano, orzo, segale, erba medica. Non sono uomo di pianure, non mi ci raccapezzo. Madrid è un labirinto su un altipiano. Un sogno geometrico. L'aria si fa secca, anche il tono di voce. Dopo Guadalajara c'è poco più che un mandorlo. Sulla sierra prima di Saragozza, un bosco bianco di mulini a vento a perdita d'occhio.
fine
Un uomo di pietra siede nelle acque del grande fiume Guadalquivir. Si vedono solo la testa, le spalle e le ginocchia. Guarda verso il cielo. L'acqua gli scorre addosso. Le nubi, le piante e i tetti gli si riflettono intorno.
Ogni volta che arrivo a Cordova, mi sembra sempre che la città sia altrove. Non per niente, il filosofo Ortega y Gasset la definiva un roseto invertito, con il capo sotto terra e le radici per aria. Ogni volta la devi ricercare, ri-immaginare.
Ri-immagina un po' tu le mura della grande moschea, gli arabeschi rossi sugli archi, il rame e l'oro delle porte, il cortile degli aranci, i vicoli bianchi, la piccola sinagoga, le piazze scomparse.
La città califfale se n'è andata su un tappeto volante. S'è portata via Averroè e Maimonide. Prima ancora di loro Seneca.
Sul meandro del grande fiume Guadalquivir, in cui ora siede l'uomo di pietra, lassù dal ponte romano, tra i resti dei mulini di legno, ci dev'essere qualcosa nell'aria che fa venir voglia di immaginare.
Ma mette anche fame. Con Cesc e Luz, che ho appena incontrato, andiamo a mangiare tonno e peperoni.
Ed io l'ho incontrato Diya' al Din Abu Muhammad ‘Abd Allah ibn Ahmad ibn al Baytar, detto el Malaqi, il malaghegno. Due volte. Una a Malaga, su un prato sotto un grande ficus, davanti al teatro romano. L'altra a Benalmádena, dove nacque, e dove abita il mio amico Bruno el Malaqi, marinaio andaluso, ora capitano di porto.
Ci siamo conosciuti`sedici anni fa a Cadice, dove lui studiava ingegneria navale e io letteratura spagnola grazie al programma erasmus. Poi non ci siamo visti per più di dieci anni, fino all'anno scorso quando l'ho rintracciato "navigando" su internet nell'elenco di un equipaggio di un cargo. Mi racconta che di tutti i posti in cui è approdato, e ce ne sono di singolari, la città che più l'ha colpito è San Pietroburgo, anche se con i russi s'è preso a pugni e rotto un dito. Più della baia di New Orleans, più di Manaus in mezzo all'Amazzonia, più di Panama e del Capo di Buona Speranza. Bruno ha sempre amato il nord, non a caso Daiva, la sua compagna, è lituana. E mezzo andaluso mezzo lituano è quindi Carlitos, appena nato.
Dall'autobus che va da Benalmádena a Malaga, lungo un percorso interamente urbanizzato, molto di rado si scorgono le montagne e il mare. Per farsi un'idea dell'aspetto morfologico della costa di Malaga, bisogna chiudere gli occhi. Spazzare via dall'immagine almeno il 70% degli edifici, immergerli di luce, nasconderli con la mano. È un'operazione difficile e fantasmagorica. Della bellezza sono rimaste rifrazioni nella toponomastica: el arroyo de la miel, il ruscello del miele, los alamos, i pioppi, torre molinos, la sonorità visuale delle parole arabe: ben al-madena, guadalmedina, il fiume della città. Ma ancor più dell'antica bellezza son rimaste la luce che inonda tutto e le donne di Malaga, tutte, povere e ricche. Se gli amministratori pubblici, nella foga di saziare la propria ingordigia, si fossero almeno ispirati alla bellezza delle loro donne, il risultato sarebbe certo stato di miglior gusto. Ma questi uomini (e donne) hanno gusti ignoranti e arroganti. L'assessore all'urbanistica del comune di Marbella, poco più a ovest sulla costa, con i soldi pubblici s'era pure fatto uno zoo privato di non so quanti ettari. Amava gli animali almeno, dirà qualcuno. Sì, cacciarli.
Della bellezza è anche rimasto il profilo di Malaga visto dalla Malagueta, il golfo al tramonto, la dolcezza dell'aria primaverile.
La mattina riparto per Cordova, attraverso in autobus le serre alle spalle di Malaga. La strada risale lungo il fiume Guadalmedina, in mezzo ai boschi della macchia mediterranea. Poi verso Cordova, colline di campi di grano, di orzo, alfalfa.
Appena l'autobus entra in Malaga, sento che potrei mettermi le pantofole, sbottonarmi i pantaloni e la camicia, togliermi la dentiera e il parrrucchino. Il pesce ha ritrovato il suo acquario. Più ancora che i centri cittadini, è lo scorrere delle periferie che mi fa sentire a casa. Peraltro, sono cresciuto in perifieria, e in autobus.
Tuttavia, non ne vengo a capo. Cerco di evocare i miei incontri con le città. Poco più che un girino, un ranocchio, strabiliato sbarco a Piccadilly Circus. Anni dopo un treno metropolitano attraversa la zona dei mercati generali nel sud di Parigi. Il primo viaggio che non si scorda mai? Quello sul 65 sbarrato da borgata Parella fino in centro a Torino.
Tuttavia, non ne vengo a capo. Madre? Matrigna e mignotta. Zia zitella, sorella, amante. Metropoli, dicevano i greci, madrepatria. Terra, d'asfalto ma pur sempre terra da radici.
Malaga m'appare subito inondata di luce, tepore, ficus, chirimoyas, manghi, magnolie, fichi. I platani, gli aceri, i gelsi dei viali alberati. D'altronde, proprio da queste parti è nato l'insigne botanico di Al-Andalus Diya' al Din Abu Muhammad ‘Abd Allah ibn Ahmad ibn al Baytar, detto el Malaqi, il malaghegno, autore, tra l'altro, di un Trattato sul Limone.
La solitudine è un silenzio profondo.
Se non ci agitassimo a battere i piedi, sentiremmo forse un suono di fondo, come gli astronomi quando ascoltano l'universo.
Credo che in un'altra epoca sarei potuto diventare frate.
Un po' vagabondo un po' in convento coi fratelli a bere vino e liquori e a parlare di donne.
Perché in fondo sappiamo tutti che il suono del mondo è il suono degli altri.
Da soli siamo nebbia, fantasmi.
A questo penso mentre scendiamo verso la costa. Stamani a Pitres nevicava. A Motril mi congedo da Silvio, Mariana e Rebeca.
L'autobus parte subito per Malaga.
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