Il viaggio lento

Sii in questo mondo come un semplice passante (Frammento di Hadit). Non bisogna essere spaesati (P. Gobetti).

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venerdì, 27 aprile 2007

Allontanandosi da sé, Joana udì i propri passi. Un giorno disse: non prenderò mai più nessun mezzo di trasporto. Mai più, a venticinque anni, è molto mai più.
Con Silvio scendiamo lungo un versante della valle, superiamo vecchi mulini abbandonati, raggiungiamo Atalbeizar, un paesino di case bianche, gatti, una piazzetta, una fontana. Poco oltre un ponte di legno su un ruscello arancione. È il ferro, mi dice Silvio.
Con Rebeca ho ritrovato tracce del mio spirito bambino, abbiamo giociato a rubarci le cose, a colpire la palla senza mai farla cadere, a ripetere scioglilingua in italiano e in spagnolo. Tres tristes tigres contra tres tristes tigres. Ho cercato di farle una foto. Sfuggiva divertita.
Con Mariana ero un po' sulle mie; qualcosa ci rende molto simili, qualcosa che non riesco a definire che come un destino, un segno, una radice. Teste selvatiche. Parkinsonia aculeata.
Oltre il ruscello arancione passiamo su una terrazza semicircolare, uno spiazzo, una era, un'aia. Ve ne sono diverse nei dintorni. Fino a sessanta, settant'anni fa, vi si trebbiava il grano, quando sulle pendici delle Alpujarras lo si coltivava, quando c'era ancora abbastanza gente. 
Anche in piemontese aia si dice così, eira, mi dice Silvio, che dall'alto dei suoi due metri e fischia sembra scorgere la valle Bormida natale. Non è facile la vita sulle Alpujarras, non c'è molto lavoro, anche se nuovi arrivi negli ultimi decenni le hanno ripopolate, Nel bosco di Beneficio, giù in valle, vivono quasi mille persone, in capanne, tende, furgoni, camper, case costruite da sé. E i vecchi cascinali (los cortijos) e i mulini abbandonati o semi-abbandonati riprendono vita.
Su una delle eras, troviamo due inglesi alle prese con la costruzione di una piattaforma di assi di legno, per me assolutamente misteriosa. Per quanto chieda, non ne vengo a capo. Non capisco se poi ci vogliono costruire qualcosa sopra o sotto.
Sono le cinque, ci invitano dentro casa for a cup of tea. Nel cortijo-cottage a energia solare, una giovane donna con un bambino piccolo piccolo, appena nato. Mi racconta che prima hanno vissuto sui Pirenei, sempre in posti isolati. Sorridono e sfuggono, sia lei sia il compagno, alla domanda: da dove vieni? Mi guardano sospettosi: Britain è più che sufficiente. 
D'altronde, se uno non ha tempo per rispondere con calma, la domanda ha un che di idiota.
Il terzo amico invece sembra più loquace, ma pizzica la erre e fatico a capirlo. Dal Lake District, mi dice. Ci sono stato, gli rispondo, anni fa. Il distretto dei poeti. Sembra contento e un po' sorpreso che io lo sappia.
Siamo in Andalusia, sulle Alpujarras granadine, due italiani e tre inglesi, in una baita a bere tè. Davanti alla porta un grande noce ancora spoglio -non è buona l'ombra del noce, ricorda Silvio agli inglesi, troppo densa, troppo umida-, su cui si arrampicano i gatti, sotto i quali abbaiano i cani. Una lieve foschia accarezza la valle. Oltre il noce, in fondo in fondo, si vede Pitres. Più in là, la valle Bormida, le Langhe, i Pirenei, il distretto inglese dei Laghi, la vigna di mio nonno in Canavese, con il noce, i ciliegi, l'orto, il pozzo, i meli. 
Allontanandosi da sé, Joana udì i propri passi. 

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giovedì, 26 aprile 2007

Il buio è fitto. Joana sente il rumore dei propri passi. Forse, pensa, se mi accuccio qui per terra lo sento meglio. Nel bosco rado di pini e querce, i castagni ancora spogli, qualche noce bianco nel buio: Joana dorme sotto un giovane tasso. Da Granada a Pitres a piedi ci vogliono cinque giorni, soprattutto se ti perdi. Ma Joana non ha paura né del bosco né del tempo (diz em voz baixa uma velha canção).
Nel silenzio del mondo, seduti su un tappeto davanti al fuoco del camino, Silvio mi racconta la vita sulle Alpujarras, le montagne tra la Sierra Nevada e il mare. Beviamo vino nero del nord, delle rive del Duero. Il viaggio è stato lungo, altre tre ore da Almeria a Motril lungo la costa. Ho ancora negli occhi le colline sul mare, e il mare di plastica bianca delle serre. Poi da Motril un'altra ora per Órgiva, su in montagna, dove incontro Silvio e Rebeca, la bell'argentina. Pitres è una ventina di chilometri più su; montiamo in furgone. All'arrivo troviamo Mariana che pela patate e cipolle, prepara una teglia di verdure al forno. Silvio cucina la farinata, da anni una sua specialità.
La mattina mi sveglio all'alba. Sento l'eco di un respiro. Esco sulla terrazza a guardare il paese e la valle, nell'aria fredda sotto le nubi che scorrono. All'insaputa dei più, la primavera e l'inverno si incontrano furtivi, nelle foschie dell'alba lungo i torrenti, si uniscono senza dire una sola parola, senza chiedersi né promettersi niente. Non hanno paura del tempo. Sono loro il tempo.
Torno a letto, al caldo. Dormo fino a tarda mattina.

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martedì, 24 aprile 2007

Sull'autobus per Almeria, sonnecchio. L'agnello arrosto della signora María, ieri sera, era molto buono ma mi ha popolato di belati il sonno. La doccia stamattina era fredda; la caldaia non era ancora stata accesa: gli operai asturiani e galiziani ospiti della pensione, la doccia la fanno la sera.
Gli autobus non scorrono come i treni, il loro viaggio è più nervoso. Tuttavia, come sui treni, la gente che sale e scende porta storie, locali o lontane, e i finestrini sono grandi. Ascoltare e osservare: la campagna è sempre più arida e la luce bassa e intensa della piana di Mursia mi socchiude gli occhi.
Quest'angolo sud-orientale della Spagna, a lungo poverissimo, terra di emigranti (quanti mursiani a Barcellona! E quanti in Svizzera e in Germania!), è da sempre senz'acqua né treni.
Dopo cinque ore, arriviamo ad Almeria nel bel mezzo di un violento temporale. Corro a comprare un biglietto per Motril, sulla costa di Granada. L'autobus parte subito, passa lungo il porto sollevando cascate d'acqua che quasi nascondono il mare. Due anni fa sono approdato lì da Melilla, con la barba lunga, di ritorno da un viaggio solitario in Marocco. Mi piace viaggiare solo, a volte ci si dimentica anche di sé.

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domenica, 22 aprile 2007

A Elche si producono datteri. Vi lavorano giardinieri, addetti alle palme, palmereros, biologi e botanici. L'orto classico è un terreno rettangolare delimitato da palme e acequias, derivazioni dai canali più grandi. All'interno si coltivano l'ulivo e il melograno, la vite e il carrubo, aranci e limoni. Cammino come uno gnomo sotto un tetto di palme. Il Jardin Huerto del Cura, giardino orto del prete, e l'Hort de Sant Plàcid, l'orto di San Placido, sono musei all'aperto: nel primo, la palma imperiale a otto braccia, un laghetto di tartarughe, palme d'ogni genere e foggia, le altissime washingtoniane e i piccoli palmitos autoctoni della penisola; il secondo è un esempio d'orto tradizionale, irrigato ancora dalle acequias. Tutto il resto, tutt'intorno, sono invece palmeti puri, grandi spazi monotoni, quasi ipnotici.
La storia è sempre la stessa da queste parti: prima gli iberi, cinque o sei palme in tutto, poi i romani, venti palme, poi i visigoti, gente poco avvezza alle palme, ed ecco i musulmani -siriani, arabi, yemeniti, berberi-, mille palme, costruzione dei canali e delle acequias, altre mille palme. Abituati ad addomesticare terre ancora più aride, trovarono nella penisola iberica, ben povera d'acqua secondo criteri europei, un giardino lussureggiante. Così ancora lo ricordano i poeti musulmani quell'Al-Andalus di sogno, dimora di filosofi e matematici, giardino incantato di Allah e del califfo. In memoria di un miraggio qualcuno si fa adesso saltare in aria a Casablanca.

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venerdì, 20 aprile 2007

Elche, Elx in valenciano, si trova circa 150 km a sud di Valencia, in provincia di Alicante. È mattina presto, non è ancora sorto il sole, il lento movimento del treno concilia il sonno. Sbirciando tra gli ultimi spettri della notte, in quella zona di profumi forti, inebrianti, che annuncia l'alba, mescolo ieri, oggi e domani: un piccolo aranceto, a Valencia, varietà di aranci, limoni e mandarini disposti a scalare, su minime terrazze. Un canale stilizzato scorre giù dalle terrazze fino a due vasche circondate di lavanda. Un giardino bauhaus. Spazio aperto, luminoso, eppure raccolto: un'isola, un'oasi. Il sole si alza lentissimo dalla costa sui mandorli e le colline intorno al treno. Il bianco e nero diventa verde e blu. La terra si fa dura, secca; i fiumi minimi, rigagnoli, ruscelli. E pensare che in questi ultimi giorni ha piovuto molto. Ogni goccia d'acqua qui viene sfruttata, canalizzata, incoraggiata. Elche è un'oasi. Proprio un'oasi. Appena metto il naso fuori dalla stazione, mi trovo di fronte un fittissimo palmeto.
Sono solo in un'oasi, che bello. Beh, proprio solo no: ci sono duecentomila persone e duecentomila palme, una a testa. Gli abitanti di Elche sono tutti nascosti dietro le palme, grandi e piccini. Attraverso un parco in cui giocano scolaresche di bambini piccoli e gironzolano qua e là pattuglie di due o tre giardinieri, alle prese con un trapianto, un rattoppo al delicato sistema d'irrigazione, un conciliabolo, un caffè, una sigaretta. Oggi sono solo. Qui non conosco nessuno. Sono sempre più geloso della mia solitudine, come un gatto, come un limone selvatico.
La señora María mi squadra dalla testa ai piedi con un mezzo sorriso. E questo da dove schioda? Ha una stanza per me? Per quanti? Mi guardo intorno. La señora María ride. Con baño o sin baño? Quanto costa? Senza bagno diciassette, con bagno trentatre. Sin baño.
La stanza è piccola, ma la finestra dà direttamente su una palma, oltre la quale il fiume e i palmeti. Poi c'è la televisione, così stasera potrò vedere il dottor House.

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lunedì, 16 aprile 2007

La migliore Horchata de Chufa la fanno, mi dice il buon Angelo il Valenciano (ha nome da torero, ma, come me, insegna italiano a basso costo), a Alboraia, nella periferia della città. Il tono di Angelo è come sempre gentile, e come sempre leggermente ironico: ai vari il/la migliore, il/la più grande che vanta ogni città o paese o quartiere d'Europa e forse del mondo, crediamo poco. Scetticismo innato, di formazione torinese forse.
Ad ogni modo è proprio ad Alboraia che ci sono, e ancor più c'erano, i grandi campi di chufa della huerta valenciana. La chufa, con cui si fa l'horchata, che ha nome d'orzata ma non c'entra niente, è l'incubo di ogni traduttore. Si usa solo qui e in Bulgaria, o Romania, non ricordo. L'Horchata è una bibita, una sorta di latte di chufa. Ma che cosa diavolo è la chufa? Il dizionario si sbizzarrisce: cippero dolce, babbagigi, dolcichino, zizzola di terra (cyperus esculentus, per farla facile).
La migliore Paella, invece, dove la fanno? Boh, ognuno dice la sua: al ristorante tale, in città, fuori città, all'Albufera senz'altro, a Valencia comunque. Probabilmente la migliore paella è quella che si fa in casa, così come le migliori arance sono quelle raccolte mature dagli alberi di Fernando, amico di Angelo, e non certo quelle saccheggiate a novembre, messe a maturare in frigorifero e spalmate di cera isolante! Ma tutto ciò è risaputo, vox populi, saggezza popolare, se esistesse ancora (sempre che sia mai esistita. Puzza di leggenda, di passato felice; ed io, come il mio amico Angelo from Orbassano, puzzo di zolfo e scetticismo torinese).
All'Albufera (al-Bufera, il lago, Fernando docet) però ci sono stato, un paio di anni fa, e mi son piaciuti i canali, le paludi, le risaie, gli aironi e anche il riso che vi ho mangiato, semplice riso brodoso, con un po' di zafferano. Proprio come quello che ci prepara Fernando nella sua casa nella huerta alle porte della città.
In realtà, è piuttosto la città a essere alle porte della huerta di Fernando. Il nuovo grande ospedale di Valencia sta crescendo lì vicino a nascondere il sole, i nuovi quartieri sorgono come funghi e parassiti che divorano i campi. A Fernando hanno già più volte offerto denaro per la sua vecchia casa di famiglia, per gli aranci, i mandarini, i pompelmi, i fichi, il noce, i pruni. La speculazione edilizia, sostanza stupefacente della brillante economia spagnola, a Valencia raggiunge il suo apice. Qui c'è spazio, basta distruggere la huerta. E non rompete le palle, che mo' ve famo a coppa'mmerica.
Un'altra specialità di Valencia, oltre all'horchata, la paella, le arance e la speculazione edilizia, è la cosiddetta Agua de Valencia, un allegro intruglio di spumante, vodka, succo d'arancia e gin. Ma io e Al-Angelí non abbiamo più l'età per certe cose. Abbiamo la gastrite, la colite, il mal di schiena e l'artrite. Mica come quando eravamo giovani erasmus, lui a Siviglia e io a Cadice. Stomaci di piombo. Ne è passato di tempo, ne è passata di Acqua di Valenza sotto i ponti del Turia!
Tanta, che non ne scorre più.
Ora, invecchiati e acciaccati, ma sempre belli, andiamo, da adulti, faccia al vento di levante, a un concerto di musica classica di amici suoi. Dove? Ad Alboraia, dove fanno la migliore horchata di Valencia. E faremo attenzione a tornare prima che chiudano le porte delle mura, che sennò restiamo come gli antichi viaggiatori sulla Luna de Valencia, a dormire all'addiaccio, sotto la luna. Ancora si dice, in spagnolo, quedarse en la luna de Valencia, restare sulla Luna di Valencia, per dire rimanere all'oscuro di qualcosa, lì lì per saperlo, appena fuori le porte. (V'era, fuori le porte di Valencia, una zona semicircolare preparata appositamente per accogliere i viaggiatori ritardatari, detta appunto la Luna, Fernando docet).
Quindi torniamo a casa presto, con nelle orecchie ancora il suono dei violoncelli, dei violini e dei timpani, persino di una fisarmonica che ha suonato un tango di Astor Piazzolla. Prima di andare a dormire ci raccontiamo le difficoltà, le novità, le scoperte, le allegrie, i viaggi. Parliamo anche di botanica. Forse è giusto che dopo i trentacinque ci venga voglia di piante e mattine, più che di notti e Agua de Valencia. In più stasera m'è venuta voglia di imparare a suonare il violino, meglio ancora il violoncello, come il mio amico francese Daniel, quando eravamo piccoli su in campagna. Da sempre, ogni volta che vedo un violoncello, mi viene voglia di rubarlo.

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domenica, 15 aprile 2007

Adesso qui, seduto per terra nella Plaza Redonda, piccolo cuore di legno e acqua, di piastrelle blu e bianche nascosto al centro di Valencia, vi dirò quel che so della città. So, per esempio, che il campanile della cattedrale si chiama Torre del Miguelete, o Micalet, e ha tredici campane: due per le ore, quella dels Quarts, del 1736 e il Micalet, appunto, del 1539, e undici per le altre scampanate: la Caterina, del 1305, la Violant, del 1735, la Úrsula, del 1438, la Bàrbera, del 1681, il Pau, del 1489 e l'Arcís del 1529. Le cinque più grandi sono il Vicent, del 1569, l'Andreu del 1604, il Manuel del 1621, il Jaume del 1429 e la Maria del 1544.
Poi so che la chiesa di San Nicolás apre solo il lunedì, e che lungo lo stretto vicolo d'accesso, s'assiepano storpi, ciechi e altri mendicanti, in una scena picaresca e terribile, degna del Lazarillo di Tormes o del Guzmán di Alfarache.
So anche che ogni giovedì dell'anno (festivi esclusi) si riunisce accanto alla cattedrale il Tribunal de las Aguas de Valencia, composto dai rappresentanti delle otto Comunidades de Regantes (comunità di irrigatori), per dirimere dispute sull'uso dell'acqua nella huerta. Alle 12 in punto, al suono delle campane del Miguelete, l'usciere annuncia: denunciats de la sèquia de...! I denuncianti si fanno avanti ed espongono, rigorosamente in valenzano, le loro ragioni. Poi tocca ai denunciati e infine il tribunale, in abiti da cerimonia, decide. Si narra che si faccia così da tempi antichi, romani e poi arabi, tanto che Jaume I il Conquistatore, giunto a Valencia, ordinò che la gestione delle acque si realizzasse "
segons que antigament es e fo establit e acostumat en temps de serrahins" (secondo quanto in uso da tempi remoti fu stabilito e reso norma ai tempi dei saraceni).
Di certo so che la rete di canali della piana di Valencia risale ai tempi di Al-Andalus, quando Valencia era Balansiya e Abd allah al-Balansi fece costruire il palazzo e i giardini di Russafa, nella zona dell'omonimo quartiere, sul modello di un mitico giardino di Baghdad. Meravigliosa e lussureggiante era la huerta attorno alla città durante quei secoli di lotte acerrime tra musulmani e cristiani, dicono le fonti.
A questo proposito so che Valencia fu presa dai musulmani, poi dai cristiani, poi di nuovo dai musulmani e infine ancora una volta dai cristiani. Per questo, tra l'altro, la regione è bilingue a macchia di leopardo: alcune zone furono conquistate dai castigliani provenienti dal centro, altre da Jaume I che veniva, come me, dal nord. Ma questa è una storia lunga, e controversa assai.
Lascio la Plaza Redonda e vado verso il mercato centrale, con le sue arcate e ceramiche, mangio un ottimo pollo arrosto e scendo a fumare una sigaretta nel letto del fiume. Sì, nel letto, dato che il fiume Turia, dopo l'ennesima inondazione, è stato deviato e non passa più in mezzo alla città. Al suo posto, giardini di pioppi, salici, querce, campi da calcio, sentieri, panchine.
Nel tardo pomeriggio mi incammino verso Russafa, dove abita il mio vecchio amico Al-Angelí al-Balansí, di Orbassano.

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sabato, 14 aprile 2007

È sabato, ultimo di marzo. Carlos ha dovuto litigare con i suoi, stamattina, perché lo lasciassero andare in gita con gli amici. Ciononostante, ha perso il treno. Gli amici, pigiati e in piedi nel corridoio centrale, gli telefonano per dargli l'orario del prossimo, lo aspetteranno alla stazione d'arrivo. Qualcuno commenta: Carlos avrebbe dovuto venire in comunità fin da piccolo, come noi.
Il treno adesso è pieno. La solitudine mia e del vecchio attore è durata poco. Alla stazione del Passeig de Gràcia, il treno s'è affollato. A Sants era atteso da ancora più gente. Dove li metteremo?
Accanto a me s'è seduto un russo sulla trentina che ha subito estratto una rivista con foto di sorridenti e non troppo vestite adolescenti slave. Dietro e davanti, i ragazzi della comunità, diciassette diciott'anni. sbirciano la rivista russa e telefonano a Carlos. Tra loro una ragazza oltre i trenta, mora, riccia, tracagnotta. Sorride tranquilla alle loro battute, si vede che i ragazzi le sono affezionati, si rivolgono a lei in modo schietto, disarmato. Le lasciano sempre l'ultima parola, sanno che l'ultima risposta è la sua, e lo rispettano. Se li è guadagnati, con fatica, negli anni, questi ragazzi apparentemente selvatici, abitanti dei parchi suburbani. E i ragazzi s
ono, con tutti i passeggeri, nella calca, molto più educati dei loro coetanei domestici, di buona casata e pedigree.
Stiamo attraversando la valle del Llobregat, il fiume che sfocia a sud-ovest di Barcellona. Dopo Castelldefels, entriamo nei tunnel del Garraf, un massiccio montuoso minore, giusto sul mare, battuto dai venti e quindi di vegetazione rada: rosmarino, timo, rosa canina, agrifoglio, qualche pino e querce basse; nelle vallate interne, uva, fichi e olivi, poche fattorie, piccoli paesi, un monastero buddista. D'estate, a picco sotto il sole, l'ho più volte attraversato a piedi, per sentir cantare le cicale come quand'ero bambino in campagna, e perdere lo sguardo e nel caldo la coscienza tra il verde, le rocce bianche, nere o rossastre e il blu del mare.
Oggi, però, c'è un fragile sole primaverile. In diagonale osservo una signora alta, elegante, dai corti capelli d'argento; avrà forse quarantasette, quarant'otto anni. La trovo molto bella, ora assorta nella lettura de El Pais, più della figlia, dai lunghi capelli di paglia e il viso e le labbra pallide, di sangue bianco. Dove andranno, mi domando, e dove andranno tutti quanti?
I ragazzi e gran parte dei passeggeri vanno evidentemente a Port Aventura, il grande parco dei divertimenti poco oltre Tarragona (la stazione è hollywoodiana: Universal Estudios Port Aventura, Parque Temático). L'anziano attore va a Valencia, l'ha detto subito, il russo anche, almeno stando all'unica parola comprensibile della conversazione telefonica che ha mantenuto poco fa. La bella signora d'argento e la figlia scenderanno a Tortosa, sul delta dell'Ebro. Conoscono il controllore. Forse vanno a trovare i nonni per il fine settimana. Provo a immaginarla ragazza, non così bella, coi capelli della figlia, prima del trasferimento a Barcellona (per studio, lavoro e buon matrimonio). La immagino crescere qui a Tortosa, tra i canali del fiume, le chiuse, i profumi degli aranci, gli ulivi, la vite; a guardare seria in primavera i mandorli bianchi e rosa, proprio come fa adesso, con la valigia in mano, mentre il treno entra in stazione.
Dopo Tarragona, la città dei gatti, Port Aventura e Tortosa, il treno s'è alleggerito ed è semivuoto. Abbiamo passato i confini catalani, i monti oltre il delta dell'Ebro, quelli che chiamano Els Ports o Los Puertos: entriamo nella Comunidad Valenciana. Man mano le montagne si allontanano verso l'entroterra, la piana si allarga, il cielo alterna sole e nubi nere minacciose. Per ora non piove. Ad ogni modo sono preparato: ho il k-way blu, una matellina arancione gigante e in tasca un'ippocastagna contro l'influenza, raccolta da un'amica a Torino l'autunno scorso.
Scendendo verso sud, i mandorli non sono più in fiore, hanno già messo le foglie. Il loro verde brillante si alterna a quello opaco degli ulivi e al colore denso, intenso, fitto degli aranceti, sempre più numerosi, sempre più estesi, fino a riempire la piana dai monti al mare. Mezze nascoste tra le foglie, le arance appaiono qua e là. Appena intuibili invece, forse persino immaginarie, le zagare. 
Passata Castellón, siamo ormai immersi nella huerta valenciana, l'aranceto d'Europa.

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giovedì, 12 aprile 2007

Forse un po' selvatici

Raggiungere Valencia in tre ore e mezza abbondanti di treno costa circa quaranta euro; in cinque, venti. Il tempo è denaro. Il tempo è tutto, il denaro è tutto. Almeno nell'immaginario collettivo. Un immaginario frettoloso il nostro, un montaggio di sequenze mozzafiato: corse, inseguimenti, balzi, conquiste; abbiamo fretta anche di andare in vacanza.
L'aria del mattino è fresca, il sole è sorto da poco, il treno regionale Barcellona-Valencia s'è appena svegliato e si stropiccia gli occhi sul binario sei dell'Estació de França. Rispetto al bianchissimo e affusolato fratello piu giovane del binario cinque, il treno regionale ha l'aria un po' trasandata, il volto segnato, la fronte alta. Salgo su un vagone del mezzo, dicono che siano quelli più sicuri in caso di incidenti. Non c'è nessuno.
Dopo qualche minuto sale un signore sui settant'anni, leggermente zoppo, s'aiuta con un bastone. Ha l'aspetto di un cabarettista in pensione, un vecchio mago itinerante. Forse è per via della valigetta spelacchiata, del berretto rigido con visiera, della barba bianca mal rasata, gli occhi tristi.
- ¡Qué poca gente que va a Valencia!
Si siede vicino a me, ma non troppo. Forse per non sentirsi solo come sempre, ma si vede che non è di quelli che attaccano bottone, lo si capisce dal gesto elegante e dignitoso, da vecchio attore. Sopra di noi s'elevano altrettanto eleganti le volte della stazione, vecchie di quasi un secolo, gli archi d'acciaio lunghi ed esili, come le palme washingtoniane di plaça reial.

Postato da: LinoGraz a 12:39 | link | commenti
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